Visioni dal futuro – Capitolo VII

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Capitolo VII

Obi-Wan, Siri e il piccolo Anakin erano rimasti sconvolti dalle parole di Aslan: come potevano rimanere confinati lì per sempre? C’era una guerra in corso, la gente stava morendo e loro dovevano rimanere lì? Non aveva senso.

“Signor Aslan …” provò ad iniziare Kenobi, ma le parole gli morirono in gola. Che cosa avrebbe potuto dirgli per fargli cambiare idea? Niente. Per quell’uomo, ciò che aveva appena detto era una legge sacra del suo popolo e andava quindi rispettata.
Non aveva nessuna importanza che loro ritenessero tale legge ingiusta.
Gli vennero in mente i regolamenti e i codici dell’ordine jedi: li aveva sempre ritenuti giusti, ma alle volte gli era venuto il dubbio che non lo fossero.
Quante volte aveva lasciato l’ordine perché disgustato da quei dogmi? Dal fatto che fossero più importanti delle persone? Ma, mille volte era ritornato perché, malgrado tutto, credeva nell’ordine e nei suoi ideali di pace e libertà.
“Che cosa voleva dirmi, signor Kenobi?”
“Non … “ balbettò imbarazzato, ma per sua fortuna il suo allievo venne in suo soccorso.
“Crede che questa regola sia giusta?”
“Quale?” fece Aslan, con un sorriso paterno.
“La legge che dice che è proibito uscire da questa città”
“Sì, perché così facciamo in modo che le persone crudeli non trovino la nostra città”
“Pensate che la gente là fuori sia tutta crudele?”
“Fai un po’ troppe domande, piccolo Kenobi”
“Risponda” insistette il bambino.

Non aveva nessuna intenzione di rimanere rinchiuso lì per sempre.
Voleva rivedere sua madre e la regina Padmè Amidala e doveva ancora visitare tutte le stelle.
Ma, soprattutto, doveva andare a liberare tutti gli schiavi, a cominciare da sua madre; tuttavia non voleva liberare solo lei: voleva estirpare la schiavitù in tutta la Galassia.
Guardò il suo maestro: non lo aveva mai visto così fragile e spaventato.
Ora che ci pensava, un’altra volta c’era stata.
Quando era morto Qui-Gon Jinn, poco più di due anni prima: sembravano passati dei secoli da allora.
Eppure, ricordava ancora come il suo giovane neo-maestro lo avesse confortato.
“Devi lasciarlo andare … “
Quella mano calda sulla sua spalla.
“Mi manca”
Il volto di Obi-Wan era una maschera di sofferenza.
“Anche a me. Me lo ricorderò sempre, ma non c’è più”
Non c’era più, ma se lo sarebbe ricordato per sempre … se lo sarebbero ricordati per sempre.
Era stato un padre, per lui ed Obi-Wan.
“E ora che ne sarà di me?”
“Il Consiglio mi ha dato il permesso di addestrarti: tu diventerai un jedi, te lo prometto”
Il Consiglio … il Consiglio gli aveva dato il permesso: senza quest’ultimo il giovane Kenobi lo avrebbe addestrato comunque?
“L’ho promesso al mio maestro”
Sì, lo avrebbe fatto, ma solo per mantenere una promessa?
Non lo sapeva.
Pensava al momento in cui Obi-Wan era andato a cercarlo tra le fiamme.
Al modo in cui scherzava con lui, rendendogli più leggero tutto.
E allora qual era il problema?
La sua severità?
Certo che no.
Forse il suo essere spesso così distaccato, con quell’aria di superiorità e perfezione.
Sospirò e concentrò di nuovo il suo sguardo verso il borgomastro di quel luogo misterioso ed affascinante.
“Non mi ha ancora risposto”
“Vedo che non demordi … Tua madre e tuo padre dovrebbero essere fieri di una tale perseveranza. La mia risposta è non lo so. So solo che là fuori ci sono continuamente delle guerre mentre qui non ce ne sono mai state: noi vogliamo conservare la nostra pace, le conclusioni tiratele voi”
Anakin chinò la testa, non sapeva se sentirsi sconfitto o meno, sapeva solo che era vero che la Galassia era devastata da mille guerre mentre quel posto aveva colori, serenità e musica.
“Come si chiama il vostro villaggio?” intervenne Siri che fino a quel momento era rimasta in silenzio, intenta ad ascoltare quella strana conversazione.
“Hiwl”
“Non è una parola di lingua Twi’ Lek … “ si lasciò sfuggire Obi-Wan.
“Certo che non lo è, perché dovrebbe esserlo?” chiese insinuante l’uomo con un misterioso sorriso.
“Non siete Twi’ Lek?”
“Perché dovremmo esserlo?”
“Il vostro modo di parlare a gesti, i vostri lineamenti, le vostre lekku”
“Non si faccia ingannare dalle apparenze, mio giovane amico: le persone non sono sempre come ci appaiono. Arrivederci. Buona guarigione a tutti” e aprì la porta per uscire ma Kenobi lo bloccò per un braccio, stupito lui stesso di un gesto così plateale.
“Chi siete davvero?”
Aslan sorrise, di nuovo con quel sorriso paterno, così simile a quello del Cancelliere Supremo Palpatine.
“Venla ve lo ha già detto: voi sapete chi siamo, ma non volete ammetterlo. Arrivederci”
E stavolta uscì davvero salutando i tre con un largo sorriso.

Un mese dopo …

Siri si alzò per prima, andando a controllare come stessero i suoi amici.
Non aveva nessuna voglia di stare in quello strano luogo.
Le piaceva, inutile negarlo, ma le faceva paura: un popolo in contatto con la Forza Vivente? Che la evocava tramite la musica?
La sentiva la Forza, la sentiva eccome, sentiva il suo affetto per Anakin e il suo amore per Obi-Wan più forti che mai: era come se potesse toccarli con mano.
“Siri”
“Obi-Wan” si voltò perdendosi nei suoi occhi verdi.
Li aveva sempre amati tantissimo, quegli occhi.
Un tempo avevano deciso di allontanarsi, per la loro devozione verso l’ordine, ma ora? Ora che rischiavano di rimanere confinati lì per sempre, era ancora importante quella devozione?
Si avvicinò a lui e lo baciò con passione sulle labbra.
Rinnegare tutto, pensare solo a lui, a loro, diventare davvero una famiglia come credeva quella gente di quel posto: era dunque possibile?
Kenobi ricambiò il bacio con la stessa passione e con lo stesso ardore, non sapeva cosa fare: aveva bisogno di un appiglio visto che quasi tutte le sue certezze erano crollate miseramente e aveva la drammatica sensazione che fossero rimasti soli.
Aveva toccato con mano l’odio che molta gente aveva per i jedi e non era sicuro che essere confinati là sotto fosse un gran male, benché continuasse a sentirsi un gran vigliacco.
“Forse … “ balbettò staccandosi
“Dovremmo fermarci qui … lo so generale Kenobi”
“Sei arrabbiata con me?”
“No, in fondo lo decidemmo insieme …”
“Ma non ne sei convinta …”
“Temo di no, forse non lo sono mai stata”
“Nemmeno io, ma stare insieme ci avrebbe allontanato dall’ordine”
“Già, forse, ma ora? Forse non c’è più nessun ordine”
“Lo hai sentito anche tu quel vuoto”
La ragazza annuì, andandosi a sedere su uno dei divanetti di quella che era ormai la loro casa.
Venla, la donna che li aveva curati e ospitati, spariva spesso per poi ricomparire diversi giorni dopo, dicendo di essere stata a procurarsi delle erbe per le medicine, sì ma dove andava?
Non aveva voglia di domandarle nulla, perché sapeva che avrebbe ricevuto l’ennesima risposta misteriosa.
Nella sua stanza, intanto, Anakin era riuscito faticosamente ad alzarsi e a mettersi su quelle strana sedia con le ruote: gli avevano detto che le ferite alle gambe erano gravi e ci sarebbe voluto molto tempo per una totale guarigione; così era stato costretto a girare quell’assurdo affare e non gli piaceva per niente.
Si lavò e si vestì velocemente, poi uscì di soppiatto dalla porta secondaria, che aveva scoperto qualche giorno prima. Non aveva fame, aveva lo stomaco in subbuglio per il nervoso e sperava che uscendo all’aria aperta si sarebbe calmato.
Spinse lentamente la sedia mettendosi a seguire un gruppo di bambini che camminava verso i monti rocciosi, forse seguendoli avrebbe potuto trovare un’uscita e se ne sarebbero potuto andare; per quanto quel posto lo affascinasse, gli faceva anche paura.
Come si chiamava? Ah sì, Hiwl.
Gli ricordava vagamente qualcosa di antico e familiare.
Lentamente seguì i bambini, stando bene attento a non farsi vedere.
Vicino ai monti c’erano degli alberi e dei prati, era una specie di piccolo bosco: come poteva esserci un bosco lontano dal sole?
Ma di cosa si stupiva? Non aveva, forse, visto campi e giardini in giro?
Vicino ad un grosso albero intravide la figura di Venla, chinata a raccogliere varie erbe mentre non lontano da lei c’erano i bambini che aveva seguito.
Stavano giocando con delle rudimentali spade di legno, erano un po’ scoordinati, ma nel complesso non se le cavavano male. Certo i piccoli padawan del tempio avevano una maggiore prontezza di riflessi e una migliore abilità nel maneggiare la spada, ma in fondo quelli che aveva di fronte erano bambini comuni che usavano le spade per giocare.
Perché non si univa a loro? Era certo che lo avrebbero accettato con gentilezza, ma poi guardò le sue gambe immobili: sarebbero mai tornate a posto?
“Di che cosa hai paura?” mormorò una voce alle sue spalle.
Si voltò, ma non vide nessuno.
“Hai paura di diventare un peso? Di diventare davvero una patetica forma di vita?”
Chi era che parlava? Non c’era nessuno.
Eppure aveva sentito quella voce: era reale.
“Perché non ti unisci a loro? Temi forse che ti prendano in giro perché non sei più in grado di camminare?”
Ancora, l’aveva sentita ancora.
E quello che gli faceva più paura era che quella voce aveva qualcosa di familiare, molto familiare: solo non riusciva a capire chi gli ricordasse.
Iniziò a spingere velocemente la sedia verso la casa di Venla, raggiungendola in pochi minuti e lì trovo ad attenderlo sia Siri che Obi-Wan, che apparivano preoccupatissimi.
Appena li vide Anakin spinse più velocemente la sedia avvicinandosi al suo maestro, ma che cosa poteva dirgli?
La giovane Tachi si chinò e lo abbracciò mentre Kenobi lo guardava con un’espressione indecifrabile dipinta in viso: sembrava così distante in quel momento.
Si era accorto del suo turbamento? Probabilmente sì, ma forse non gliene importava.
Inaspettatamente l’uomo si chinò a sua volta e, quando Siri si scostò, lo abbracciò.
“Che cos’è successo?”
“C’è qualcosa … qualcosa di oscuro nel bosco” balbettò il bambino stringendosi al maestro, che lo strinse a sua volta.
Non l’aveva mai visto così spaventato.
“Nel bosco?” domandò la maestra Tachi.
“Sì, vicino ai monti c’è un piccolo bosco dove gli altri bambini vanno a giocare e c’era anche Venla”
“Questo posto è assurdo e mi piace sempre meno, ma temo che non riusciremo ad andarcene molto presto” replicò Obi-Wan continuando a stringere il piccolo.
“Che cos’hai visto, Anakin?” chiese Siri sorridendo teneramente al bambino.
“Visto niente, a parte quello che vi ho detto prima, ma ho sentito una voce maligna”
Sia la giovane Tachi che Kenobi sospirarono preoccupati, la donna sfiorò i capelli al piccolo e sussurrò.
“Ci mancava pure il lato oscuro: dobbiamo andarcene da qui, anche se non so in che modo. Forse … forse dovremmo fingere di volerci davvero integrare, collaborando con le loro attività, magari così potremmo carpire qualche loro segreto”
“E’ un’idea, ma questo presuppone il dover rimanere qui veramente per anni” sospirò Obi-Wan osservando di sottecchi Anakin.
Stava ancora tremando, ma non come prima: di chi era quella voce che aveva sentito?
Di qualche antico spirito sith?
Oppure c’era qualche jedi oscuro al villaggio?
Non sapeva quale delle due opzioni gli piacesse di meno.
“Maestro … ha ragione la maestra Tachi: non abbiamo scelta. In fondo, se c’è un’entrata, ci deve essere anche un’uscita”
Kenobi sorrise e così pure la maestra Tachi.
“Una logica che non fa una piega: sono felice di averti passato un po’ della mia razionalità”
Il suo padawan alzò la testa e gli sorrise.
“L’avevo detto che voglio diventare come te, no?”
“Sì, ma non perdere il tuo istinto, ti prego: è migliore del mio”
“Sempre che tu ne abbia uno” sussurrò Siri facendo l’occhiolino al piccolo, che scoppiò a ridere divertito e così pure fecero i due adulti, anche se una paura insinuante si era impadronita del suo cuore.

Dantooine..

Barris Offee osservava dalla finestra il suo salvatore parlottare con una figura incappucciata: era talmente coperta che non riusciva a capire se fosse un uomo o una donna.
Tuttavia, non era quella vista a preoccuparla: erano i cloni e le armate droidi che pattugliavano, insieme, la città.
Che cosa significava tutto questo?
Si guardò intorno: era in una stanza minuscola, la stessa che occupava da più di un mese, dove era stata curata.
Non era chiusa in nessun modo, però.
Uscì dalla porta dove trovò un lungo corridoio in penombra con diversi attaccapanni alle pareti, dove erano appesi alcuni cappotti, di svariati colori, e un grande mantello grigio scuro.
Senza pensarci lo afferrò, se lo mise e sgattaiolò fuori dalla porta d’ingresso, riuscendo a non farsi vedere da nessuno, anche perché le strade, a parte per qualche clone trooper e qualche droide, erano totalmente deserte. Fu per quelle presenze inquietanti che decise di infilarsi in un vicolo nascosto e aspettare che passassero oltre.
Tuttavia, la sua attenzione fu catturata dall’insegna luminosa di un piccolo bar, da dove proveniva il vociare di diverse persone; vi entrò, ma nessuno fece caso a lei, visto che tutti stavano guardando la Holonet, dove stava parlando il Cancelliere Supremo Palpatine … solo che di fianco al suo nome c’era scritto imperatore.
Che cosa stava succedendo?
Purtroppo il vociare della gente nel bar le impediva di sentire quello che stava dicendo Palpatine.
“Ci crede?” domandò una voce di fianco a lei.
Spostò leggermente lo sguardo, incrociando quello azzurro chiaro di un calamaro.
“A cosa?”
“A quello che sta dicendo, per l’ennesima volta, il nostro imperatore”
Aveva usato un tono sarcastico, nel pronunciare la parole nostro.
“Dipende che cosa intende …”
“Quell’uomo dice che sono stati i jedi a provocare la guerra per ottenere il controllo del senato così sta dando loro la caccia”
“Ma non possono essere stati i jedi: loro combattono per la pace e la libertà”
“Ne è così sicura?”
“Che cosa vuole dire?”
“Pensa che se la gente fosse stata certa della bontà dei jedi avrebbe creduto alle bugie di Palpatine?”
“Non la seguo: prima mi chiede se sono sicura dei jedi e ora mi dice che Palpatine mente?”
“Esatto, vede, mia giovane amica, i jedi hanno commesso molti gravi errori, alcuni dei quali davvero imperdonabili. Si sono allontanati dalla gente comune, assuefatti dal potere che esercitavano, ma non penso che abbiano scatenato la guerra.”
La ragazza sospirò, annuendo.
Condivideva quelle parole quasi totalmente, purtroppo.
“E allora chi pensa che sia il responsabile della guerra?”
“Il nostro amato imperatore” replicò il calamaro con un sorriso mesto “A proposito sono Lot Ackbar”
“E io Barris Offee”
“Una jedi”
“Sì”
“Vuole venire con me?”
“Dove?”
“Non abbia paura: siamo tra amici”
Barris annuì e lo seguì fuori dal locale, avviandosi verso un viottolo che si faceva sempre più buio, mentre una figura incappucciata li seguiva nell’ombra.
La giovane jedi si guardava intorno spaesata, non sapeva se aveva fatto bene a seguire quello sconosciuto, ma era stanca di quella immobilità e sperava che il suo salvatore non se la prendesse troppo: aveva la vaga impressione che fosse un tantino geloso.
Non riusciva, tuttavia, a dimenticare le sue parole di rabbia e odio verso i jedi che gli avevano portato via il fratello, non curandosi minimamente di chiedere un parere ai suoi genitori: l’importante per l’ordine era aver trovato un altro membro da educare.
Da quando era diventata così sarcastica verso il suo ordine? Lo aveva sempre rispettato, sapeva che  combatteva  per un bene superiore, i suoi ideali erano giusti, ci credeva ancora, ma quella guerra l’aveva riempita di amarezza e dubbi.
Tuttavia trovava vergognoso che accusassero l’ordine di aver provocato una guerra: i jedi avevano tanti difetti, ma non erano dei guerrafondai.
Oppure sì?
Scosse la testa, aumentando il passo per seguire Lot che si era parecchio allontanato, portandosi vicino ad un portone di legno con il portico in pietra bianca: suonò ad un pulsante e insieme entrarono in una casa anch’essa bianca, ma molto piccola.
Era tutto in penombra ma riuscì a vedere diverse persone, vestite con abiti malconci, ma armate di blaster e spade laser, che la fissavano con rabbia e paura.
Provò a dire qualcosa, ma in fondo alla stanza vide spuntare di nuovo quella figura incappucciata, che per la prima volta si scoprì mostrando finalmente il suo volto, un volto che lei conosceva benissimo.

Naboo.

Una giovane regina osservava dalla finestra il lungo viale che portava alla reggia.
Sembrava infinito, ma non lo era.
Anche il tempo le era sempre sembrato infinito, ma non lo era.

“Ti regalo questo: è un ciondolo di jaipor, ti porterà fortuna. Così ti ricordi di me”
“Non mi serve questo per ricordarmi di te: molte cose cambieranno quando arriveremo nella Capitale, ma tu continuerai a starmi a cuore. E poi come posso dimenticarmi del mio futuro marito?”
Lo aveva detto scherzando, ma lo pensava davvero: sapeva che un giorno si sarebbero sposati e sarebbero stati felici.
Ma ora … ora lui era morto.
Il suo Anakin era morto, faceva fatica anche solo a pensarlo, ma era vero.
La Holonet continuava a raccontare di come le truppe dei cloni, insieme alle droidi armate, annientassero ovunque i jedi superstiti, tra cui non c’era il suo Anakin.
Lui era morto con il suo maestro su Mon Calamari.
E allora perché non ci credeva?
Forse non riusciva ad accettare la realtà?

Fine Capitolo VII

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