Visioni dal Futuro – Capitolo XII

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Capitolo XII

Dantooine, una settimana dopo.

Shaak Ti era seduta su una panchina semidistrutta, alle porte del villaggio dove vivevano Kavel e Barris e dove si era installata una piccola guarnigione dell’Alleanza Ribelle.
Non indossava la sua divisa jedi, non lo faceva mai in pubblico, il suo abito era una semplice veste azzurra lunga fino ai piedi, con un cappuccio a impreziosirla.
Era un abito comune in quella zona, così nessuno badava a lei anche se era una togruta: dopotutto erano molte le persone della sua razza su quel sistema.
Tirava un vento gelido quel giorno, le ricordava vagamente qualcosa che le faceva sentire il cuore un po’ freddo eppure lo sapeva: un Jedi non indugia sul passato, solo che …
Calde lacrime iniziarono ad inondarle le guance di un leggero color viola, l’angoscia stava avendo il sopravvento su tutto, persino sul suo modo di essere: sempre controllata, sempre ligia agli ordini, sempre giusta con tutti.
In quel momento non si sentiva niente di tutte queste cose, il passato la stava travolgendo ancora.

“Shaak, sorella mia…” quella voce sofferente… la voce della sua cara amica che le parlava al comlink
“Aayla” aveva sussurrato in preda all’angoscia sentendola così spaventata.
“Proteggili … ti prego proteggili…” la voce della twi’ lek si era fatta ancora più bassa.
“Chi? Chi devo proteggere?” le aveva chiesto in preda al panico.

All’improvviso si scosse, qualcuno le stava parlando, non poteva e non doveva farsi vedere così perché …
“Shaak, sor..” provò a dire Barris, ma l’ultima parola le morì in gola.
La togruta voltò il capo, cercando di non farsi vedere in viso.
“Non mi consideri più tua sorella, non è vero, giovane Offee?” la domanda era posta con estrema gentilezza, non vi era disprezzo nella sua voce, solo una leggera malinconia.
“Non è questo è che … è che non so più chi sei” riuscì infine a dire Barris fissandola dubbiosa.
“Nemmeno io lo so, mia cara” replicò in un soffio la grande maestra jedi.
“Cosa vuoi dire?” voleva sedersi di fianco a lei, abbracciarla per scacciare quell’angoscia e far cessare quel pianto, tuttavia non si mosse, restò a guardarla in piedi.
“Ti prego siediti, non ti mangio” ancora quel tono gentile, quasi affettuoso, sembrava quasi la vecchia Shaak.
Barris la guardò per un lungo istante, tentata dal desiderio di sedersi, ma alla fine preferì rimanere in piedi: c’era decisamente qualcosa che non andava.
“Dimmi la verità”
“Quale verità?” domandò stupefatta la togruta, sorridendole.
“Sulla tua famiglia: non posso credere che tu, proprio tu, abbia infranto le regole in questo modo”
“E’ per questo che ti faccio paura?” la Ty si alzò in piedi e le mise le mani sulle spalle. “Barris sono dalla vostra parte: l’amore non indebolisce, ma rafforza e tu lo stai imparando”
La giovane Jedi arrossì violentemente, chinando il capo, senza però stupirsi, del resto Shaak aveva delle incredibili abilità mentali, quasi nessuno riusciva a tenerle testa, neppure il maestro Yoda…
Deglutì a vuoto pensando a quest’ultimo: era morto, non c’era più la sua saggia mano a guidarli, erano sole.
“Come faremo senza di lui? Egli sapeva sempre fare la cosa giusta, sentiva gli avvenimenti e ora non c’è più, la morte ce l’ha portato via”
Shaak sorrise, cercando di mostrarsi forte benché provasse le stesse paure
“Non c’è la morte, c’è la Forza” le bisbigliò ad un orecchio prima di abbracciarla con affetto.
“E allora perché piangi, Shaak, sorella mia?” le chiese la giovane Offee, ricambiando quella stretta.
“Non sono perfetta, non lo sono mai stata. Ti prego di smetterla di pensarlo perché non mi aiuti così. E’ vero non so più chi sono, ma … ma una cosa la so …”
“Che cosa?” domandò ancora Barris sperando in cuor suo di saperne di più.
“Kavel ed io abbiamo sbagliato su tante cose” fu la laconica risposta della donna, che d’improvviso si staccò da quella stretta e sparì nel boschetto di fianco, lasciando Barris con nuove domande ad affollare il suo animo già irrequieto.

Mon Calamari, città sotterranea di Hiwl.

Anakin era uscito presto quella mattina, cosa che faceva spesso da quando aveva ripreso a camminare, gli piaceva vedere il giorno che nasceva fuori all’aria aperta, gli pareva quasi di vedere il sole risorgere forse perché si sentiva rinato anche lui.

Aveva compiuto quindici anni da due giorni e per la prima volta provava veramente l’ebrezza della giovinezza, non sapeva perché e non aveva voglia di porsi domande.
Il buio era passato, per adesso andava bene così; aveva percepito anche un piccolo grande cambiamento in casa, la cosa non lo aveva stupito, sapeva che sarebbe stato solo questione di tempo e vedere Siri ed Obi-Wan con quel sorriso strano sul viso faceva sorridere anche lui.
Aveva sempre avuto ragione Qui-Gon: l’amore non indeboliva, ma rafforzava.
Camminava speditamente, assaporando l’aria mattutina con evidente piacere, non vi era anima viva in giro a quell’ora e da lontano riusciva a vedere le impalcature per la ricostruzione del tempio, che era già a buon punto.
Erano proprio efficienti in quello strano posto, ora però non gli faceva più paura, tutto pareva tornato come quando erano arrivati alcuni anni prima.
Sì tutto quanto, compresi i misteri e i segreti che avrebbe voluto scoprire anche allora.
Passeggiando senza fretta impiegò quasi venti minuti ad arrivare all’edificio sacro, riusciva ad intravedere anche da fuori i segni di cui gli avevano parlato il suo maestro e Siri, i segni dell’infinito, come lo era la Forza.
Si guardò in giro, rassicurandosi di non essere seguito e poi entrò, trovandosi nella penombra di quel luogo che, per quanto diverso, gli faceva pensare al Tempio Jedi su Coruscant.
Lo attraversò il silenzio, camminando in punta di piedi per evitare che un minimo rumore prodotto dagli stivali di cuoio potesse tradire la sua presenza.
Spostò lo sguardo da una parte e dall’altra, voleva essere proprio certo di essere completamente solo.
“Ciao giovane Kenobi!” esclamò una voce allegra dietro di lui che lo fece sobbalzare. Gli ci volle quasi un minuto per riprendersi dallo spavento: per fortuna non era nessuno degli adulti.
“Scusami, non volevo metterti paura. E’ che … “ iniziò a dire la ragazzina.
“Non preoccuparti” fece Anakin quando ritrovò finalmente la voce “E’ che … “
“E’ che nessuno di noi ti aveva mai visto girare da solo come negli ultimi giorni”.
L’adolescente arrossì dalla punta dei piedi fino alle radici dei capelli: lo aveva beccato in pieno.
“Come ti chiami?” domandò soprattutto per cambiare discorso.
“Zama Barur, mio padre è un sacerdote del tempio”
“Piacere, io sono Anakin … “ farfugliò riuscendo a non dire il suo vero cognome.
“Oh lo so chi sei tu, tutti parlano di te, sei il …”
“No, anche voi, ti prego non lo dire” borbottò esasperato.
“Scusami, non sapevo che la cosa ti infastidisse. Cosa ci fai qui a quest’ora?” chiese la piccola incuriosita.
“Sai mantenere un segreto?” le fece il ragazzino con aria complice.
“Ma certo!”rispose di rimando lei.
“Sai, mia …” il giovane Skywalker fece un’impercettibile pausa prima di continuare “ madre ha scoperto che esistono altri villaggi qui.
“Lo so, fui io tempo a parlargliene” rispose Zama.
“Davvero?E come lo sai?”
La ragazzina si guardò in giro con aria circospetta prima di rispondere.
“Alcuni miei amici ed io abbiamo rovistato nella cella della maestra Cor e abbiamo trovato una grande mappa” disse lei prontamente.
“Mi ci puoi portare?” domandò Anakin sempre più incuriosito.
“Ora?”
“Sì, ora”
Zama lo fissò dubbiosa per un lungo momento.
“Temo che stia ancora dormendo… Tuttavia …”
“Tuttavia?” fece ansioso il ragazzino.
“Astrun mi ha detto che nei sotterranei del tempio c’è un’altra grande mappa.”
Gli occhi del prescelto brillarono di gioia.
“Andiamoci subito”
Lei annuì e lo invitò a seguirlo in silenzio per le scale diroccate dietro l’altare, ancora in costruzione.
Scesero gli scalini lentamente, continuando a guardarsi in giro con aria sospettosa, temendo di essere sorpresi da un momento all’altro, ma per fortuna nessuno venne e in pochi minuti furono nei grandi scantinati che sarebbero stati totalmente avvolti nell’oscurità se non ci fossero state diverse finestrelle in alto.
I due adolescenti proseguirono a camminare in punta di piedi, avviandosi sempre più all’interno finché non giunsero davanti ad una grande porta di ferro, che però Zama aprì con estrema facilità grazie a un mazzo di chiavi.
“Astrun le rubò tempo fa alla maestra, ci tiene tanto a venire qui, a volte” fece la piccola Barur, Anakin si limitò ad annuire, sperando di poter ottenere qualcosa da quella strana gita.
Una volta dentro un’angusta stanza illuminata da alcune finestre, Zama si affrettò a chiudere a chiave la porta, poi si voltò verso il suo complice, che però si era perso nel contemplare il particolare soffitto di quel luogo.
“E’ la mappa”
“Sì”
“Zama, questa è la mappa di Mon Calamari”
“Cos’è Mon Calamari? Già una volta tua madre me ne parlò.”
Stavolta il piccolo Skywalker sussultò nel sentire la parola madre: voleva bene a Siri, non poteva negarlo, era sempre stata così paziente, dolce e buona con lui, però … però non era la sua mamma.
Lei era rimasta a Tatooine, schiava di quel maledetto di Watto .

“Ti rivedrò?”
“Prova a sentire cosa ti dice il cuore.”
“Sì, io credo di sì”
“Allora così sarà”
“Mamma, io tornerò a prenderti, te lo prometto”
“Ti voglio bene. Ora va e sii coraggioso: non ti voltare”

Non si era voltato, lo aveva fatto per lei, per fargli vedere che sapeva essere forte, ma si era sentito morire dentro.
Doveva tornare su Tatooine per liberarla.
Lo aveva promesso.
“Anakin va tutto bene?” domandò Zama accorgendosi che aveva gli occhi velati di lacrime, lui subito si riscosse, tentando di celare il turbamento che si era scatenato nel suo animo.
“Sì” fece lui in un soffio.
“Mi sembri strano”
“Non preoccuparti, io sono sempre così” disse lui con un sorrissetto inquietante.
La piccola ricambiò il sorriso poi tornò sull’argomento che le premeva.
“Cos’è Mon Calamari?”
“E’ il vostro pianeta”
“Pianeta?” la giovane Barur era sempre più stupita e nel contempo affascinata.
Anakin si grattò la testa pensiero, come faceva a spiegarglielo? Poi ebbe un’illuminazione.
“Zama, guarda quella mappa, vedi che c’è scritto Mon Calamari nel cerchio dove c’è questo villaggio?”
“Sì, ma ci sono anche altri cerchi con dei nomi che non conosco… Ryloth … Muunlist”
“Quelli sono altri pianeti”
“I pianeti sono insieme di villaggi?”
L’adolescente sbatté gli occhi: era un po’ semplicistica come spiegazione, ma tutto sommato andava bene.
“Sì, direi di sì”
Poi senza dire altro si mise a rovistare in quella stanza misteriosa, augurandosi di trovare un indizio che li portasse fuori di lì.
“C’è scritto anche Coruscant … Dantooine … Naboo” continuò la ragazzina, cosa che fece rabbrividire Anakin un’altra volta.
Sì, doveva trovare veramente un modo per andarsene da quel villaggio, così riprese la sua ricerca e la curiosità lo spinse a rovistare tra gli enormi volumi semi-ammuffiti che erano praticamente ovunque.
Ne prese uno a caso, talmente coperto di polvere da far tossire lui e la sua nuova amica a lungo.
“Cosa cerchi?” provò a chiedere lei, ma il ragazzino era troppo concentrato così lei riprese a studiare la mappa che tanto la affascinava.
Il giovane Skywalker intanto girava con assoluta delicatezza le pagine del volume, ma erano scritte in una lingua che lui non conosceva, cosa poteva fare?
Eppure doveva esserci qualcosa che poteva capire: poggiò il volume accanto a sé e ne prese un altro, ma era ancora scritto in quel linguaggio sconosciuto e così nei quaranta tomi che consultò nei successivi venti minuti. Furibondo, stava per cedere alla tentazione di lanciarli uno per uno dalla finestra, ma la sua parte più razionale riuscì in modo incredibile a frenare il suo indomabile istinto.
Stava quasi per andarsene frustrato e rassegnato, quando i suoi occhi intravidero qualcosa nella penombra: si bloccò all’istante. Ripercorrendo lentamente il cammino appena percorso.
Aveva visto bene: c’era un volume il cui titolo era scritto in Basic nascosto in un angolo.
Corse verso il libro e lo prese in mano; il titolo spiccava a chiare lettere: Cronache.
Si rammaricò nel constatare che la carta era in parte consumata dal tempo e alcune delle parole scritte erano ormai incomprensibili.
Fece per aprirlo, ma un rumore sordo lo bloccò.
“Zama…”
“Cosa c’è?”
“Arriva qualcuno … Nascondiamoci laggiù, dietro a quel mobile”
“Vuoi nasconderti? E’ impossibile, è appena entrata Venla, lo sento e lei… lei … Beh, lo sai”
“Non ci troverà, fidati di me” Anakin la prese per un braccio e la condusse dietro al mobile anch’esso mezzo ammuffito come i libri.
Poco dopo si udì lo scatto della serratura e dei passi leggeri solcare il terreno consumato.
“Chi c’è?”
I due ragazzi si schiacciarono contro il muro sperando di non essere scorti, ma, purtroppo per loro, la donna si stava avvicinando proprio al loro nascondiglio.
Il giovane Skywalker chiuse gli occhi, stringendo a se la mano della piccola Zama, cercò di portare la sua mente lontano da quel luogo, prima su Tatooine e poi su Naboo.
I passi di Venla si facevano sempre più distinti, ormai doveva essere vicinissima a loro, poi d’improvviso il suono dei passi cessò.
L’anziana sacerdotessa si era fermata improvvisamente, guardandosi in giro smarrita: le sue percezioni l’avevano ingannata a tal punto?
In quella stanza non c’era proprio nessuno: si voltò e se ne andò, lasciando i due adolescenti tremanti di paura e colmi di stupore.
Solo un’ora dopo i due amici riemersero da quel luogo, sgattaiolando fuori da un’uscita secondaria.
Anakin teneva stretto il volume sotto i vestiti, non vedeva l’ora di tornare a casa da Siri ed Obi-Wan per mostrarglielo: forse avrebbero trovato insieme il modo di decifrarlo.
Con questi pensieri in testa stava già correndo verso casa, quasi dimentico di Zama, che però lo fermò per un braccio.
“Ehi, non mi saluti?”
“Scusami Zama, ciao a presto” provò di nuovo ad andare a casa, però lei lo trattenne un’altra volta.
“Sì?”
“Grazie per la bella avventura e ciao” fece la piccola Barur con un sorriso talmente strano da lasciarlo interdetto per qualche minuto.
Se n’era già andata da un pezzo quando riprese la via di casa, continuando a chiedersi cosa volesse dire.

Sistema di Ryloth.

Il conte Dooku era atterrato nella capitale del pianeta dei Twi’ Lek, con una piccola guarnigione che comprendeva una decina di cloni, tra i cui i suoi fidati Rex e Cody, che apprezzava proprio per la loro intelligenza vivace e il loro modo di porsi assai particolare
Sapeva di potersi fidare di loro molto più dello stesso Imperatore o di quel viscido di Tarkin, ma malgrado ciò non si sentiva totalmente tranquillo: sapeva che il suo maestro aveva spie ovunque, così come d’altra parte i membri dell’Alleanza.
In quella difficile partita a scacchi vinceva solo chi era più scaltro e intelligente e temeva di non esserlo quanto Palpatine, che sembrava capace di prevedere ogni cosa, senza mostrare il minimo turbamento.
Persino l’aver accelerato il piano iniziale non ne aveva intaccato l’esito, anzi erano diventati padroni della Galassia molto prima del previsto, sbarazzandosi dei Jedi. Con un astuto e geniale piano che li aveva screditati ovunque tanto che, ancora adesso, a distanza di tanto tempo dal loro sterminio c’erano molte persone comuni che ne parlavano male.
La cosa avrebbe dovuto rallegrarlo, eppure una parte di lui continuava a pensare al suo passato di Cavaliere Jedi e al suo maestro Yoda: benché avesse sbagliato tante cose, non era un mostro sanguinario e aveva davvero sempre aspirato al bene della Galassia.
Solo che … Solo che non poteva permettersi di guardare indietro, ormai era un Sith, aveva compiuto la sua scelta: non c’era ritorno dal Lato Oscuro, lo sapeva.
E allora perché continuare a tormentarsi? Forse come Sith avrebbe potuto portare davvero la pace… O forse no?

“Una volta che il cammino del Lato Oscuro intraprendi, per sempre dominerà il tuo destino”

Le parole del suo maestro risuonarono come una condanna.
Non poteva tornare indietro si ripeté e scuotendo la testa si avviò verso la boscaglia di Ryloth dove lo attendeva la sua spia tra i ribelli.
Dietro di lui i cloni lo seguivano in silenzio, guardandogli le spalle fedelmente; la marcia durò quasi un’ora, al termine della quale si ritrovarono in uno sperduto ed abbandonato villaggio di Twi’ Lek.
“Siete sicuro che il contatto ci aspetti qui?” domandò Rex assai sospettoso.
“Sì, comandante, le coordinate erano molto precise” replicò sprezzante il nobile di Serenno.
Proprio in quel momento il suo comlink segreto prese a trillare.
L’ex Cavaliere Jedi l’afferrò e avvicinandosi ad un albero spoglio, rispose:
“Chi è?”
“Entrate nella capanna alla vostra destra, da solo, la riconoscerete subito: è l’unica che non ha subito danni dai vostri amici cloni”
Dooku sbuffò sorridendo, per poi replicare.
“D’accordo” poi si voltò verso la sua guarnigione, facendogli un cenno. I suoi uomini si sedettero sull’erba e lui entrò nella capanna semi-buia.
“Benvenuto Conte Dooku” disse una voce fievole nella penombra
“Potete farvi vedere, tanto vi ho riconosciuto”
Una figura avvolta in una mantello uscì dall’oscurità, prima si guardò a destra e a sinistra, poi con assoluta calma si levò il cappuccio rivelando il volto splendido ed intatto della Cavaliere Jedi Aayla Secura.

Fine Capitolo XII

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5 COMMENTI

  1. Vi è un sentimento di nobiltà e poesia nel ritrovare Dooku redento, hai reso bene l’idea dell’eroe maledetto e preseguitato dall’oscurità.
    Davvero velata e buona la resa di quanta profondità ci sia nel personaggio di Dooku.
    Complimenti.

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